Cardioncologia nel pianeta Donna

Il tumore al seno è la prima causa di morte per malattia oncologica nella donna e le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte nel mondo.
Una volta diagnosticato un tumore della mammella e posta indicazione alla terapia oncologica con farmaci cardiotossici, diviene mandatorio non solo valutare la funzione ventricolare sinistra mediante il calcolo della frazione di eiezione e del global longitudinal strain, ma anche riconoscere la presenza e trattare concomitanti fattori di rischio vascolari della paziente con cancro al seno. A parlarci dell’argomento è la Dottoressa Scardovi, Roma.

Gli strumenti a nostra disposizione per riconoscere la cardiotossicità da chemioterapici sono diversi. Il più semplice e fruibile è il dosaggio seriato delle troponine durante e dopo la chemioterapia in quanto un loro incremento può essere la prima spia di danno miocardico. Certamente l’arma diagnostica più efficiente è rappresentata dall’ecocardiografia che permette non solo il monitoraggio dell’eventuale calo della frazione di eiezione, ma anche la quantificazione della percentuale di Global Longitudinal Strain la cui riduzione è in grado di predire anche di 3 mesi l'eventuale insorgenza di disfunzione ventricolare sinistra.
La cardiotossicità della terapia oncologica per il tumore della mammella non riguarda solo farmaci notoriamente dannosi quali le antracicline ed il trastuzumab, ma anche quella classe di farmaci ormonali come gli inibitori dell’aromatasi i quali, abbassando i livelli estrogenici circolanti, espongono le donne a maggior rischio di comparsa di eventi tromboembolici.
Diviene essenziale quindi la cooperazione tra oncologo e cardiologo per poter selezionare i migliori percorsi terapeutici (tempistiche di avvio di terapia cardioprotettiva con ACE-i e betabloccanti, trattamento di eventuale dislipidemia con statine ecc.) e di follow-up (timing del controllo ecocardiografico) per le donne con tumore al seno.
Anche la radioterapia (RT) ha una tossicità cardiaca e a parlarcene è il Dottor Turazza, Milano. Benché le dosi di radioterapia usate nel trattamento del tumore della mammella siano inferiori rispetto ad altri tumori come ad esempio i linfomi, i suoi effetti negativi possono accumularsi e manifestarsi anche a distanza di 20 anni dal trattamento. Il collega ha sottolineato anche un elemento che potrebbe essere banale ma che è di non poco conto: esiste una maggiore incidenza di morte per malattie cardiovascolari tra le pazienti radiotrattate affette da cancro al seno sinistro rispetto a donne con tumore alla mammella destra, secondariamente ad una questione anatomica: l’apice e l’arteria discendente anteriore sono ubicate nell’emitorace di sinistra!
Nel corso della relazione il dottore ha cercato di rispondere alla seguente domanda: come si può ridurre la cardiotossicità da RT?
Sicuramente il cardiologo deve occuparsi del controllo e della prevenzione dei FRCV, nonché avviare una terapia cardioprotettiva tempestiva in caso di evidenza di danno miocardico. È vero anche che l’oncologo e il radioterapista possono darci una mano: oggi vi è infatti la possibilità di ricorrere a nuove tecniche di radioterapia (che prevedono ad esempio l’utilizzo di protoni) le quali potrebbero ridurre il rischio di danno permanente sul cuore; per poter saperne di più dovremo però attendere i dati di un trial randomizzato in corso che confronterà l’outcome a 10 anni in pazienti trattate con protoni vs tecniche convenzionali a fotoni.

Ilaria Bassi