MINIMASTER: MANAGEMENT DELLE MALATTIE INFIAMMATORIE MIOPERICARDICHE

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Il Minimaster sulle malattie infiammatorie miopericardiche affronta con un taglio pratico e attuale i principali aspetti caratterizzanti le pericarditi e miocarditi.
Le pericarditi rappresentano una percentuale esigua degli accessi alle nostre cardiologie e al di là di pochi casi con esordio eclatante e acuto, hanno in genere un decorso lineare e privo di complicanze. La loro diagnosi e il loro trattamento nella maggior parte dei casi non ci preoccupa e il paziente dopo qualche settimana torna alla sua vita quotidiana senza sequele. Ma nella pratica clinica di tutti noi, ci sono casi di pericarditi recidivanti, con esordio subdolo e decorso complicato, che nonostante l’armamentario terapeutico a disposizione non riusciamo a debellare e che da un lato prostrano il nostro malcapitato paziente e dall’altro frustrano il nostro orgoglio di clinici. È in questi casi che vorremmo avere a disposizione l’esame diagnostico dirimente e la terapia risolutoria. Ma quali?
E soprattutto, quali sono le evidenze della letteratura rispetto agli esami diagnostici a cui sottoporre i pazienti? Dobbiamo stratificare con risonanza magnetica tutti i pazienti o è solo un esercizio didattico? E oltre al sempreverde ibuprofene e all’anziana colchicina quali sono le novità per quanto riguarda la terapia?
A questi e altri interrogativi risponderanno gli esperti all’interno del Minimaster che si articola in una prima sessione sull’inquadramento epidemiologico, diagnostico e di imaging e in una seconda sessione con il punto su casi di pericardite paradigmatici.
In una terza sessione infine verranno analizzati alcuni casi paradigmatici di miocardite.
Infatti se per quello che riguarda le pericarditi i dubbi e le paure del cardiologo sono tutto sommato trascurabili, tutt’altro discorso riguarda il versante delle miocarditi.
Dalle forme più blande e misconosciute alle varianti più acute e difficili, la miocardite rappresenta sempre una condizione difficile da riconosce, difficile da trattare e spesso con esito infausto.
Il Minimaster cercherà di fare chiarezza su quali sono i principali esami per porre diagnosi di miocardite: utilità e campi di applicazione della biopsia miocardica, della risonanza magnetica, quale valore riservare ai biomarker. E quale è il corretto confine diagnostico tra miocardite, cardiomiopatia acuta in corso di sepsi e cardiomiopatia dilatativa all’esordio? Siamo sicuri di non confondere quadri clinici che per loro natura possono avere esiti estremamente diversificati?
Altro aspetto assolutamente importante e controverso riguarda quando e quali terapie attuare. Non è noto infatti se al di là della terapia medica standard, vi siano indicazioni codificate alla terapia immunosoppressiva o antivirale.
A questi e ad altri interrogativi gli esperti risponderanno nel corso del Minimaster in un clima informale e costruttivo.

 


 

 

TERAPIA ANTICOAGULANTE ORALE NELLA FIBRILLAZIONE ATRIALE NON VALVOLARE: A TU PER TU CON PAOLO VERDECCHIA

di Alessandra Pratesi

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In Italia l’utilizzo dei nuovi anticoagulanti orali stenta a decollare, sebbene rappresentino una delle più interessanti ed efficaci novità del panorama clinico cardiologico. Un confronto puntuale tra le nuove molecole e con il warfarin può aiutare a far acquisire maggior confidenza con questa nuova opportunità terapeutica.

La gestione della terapia anticoagulante orale nella fibrillazione atriale non valvolare rappresenta per il cardiologo clinico una delle maggiori novità degli ultimi anni grazie all’introduzione dei Nuovi Anticoagulanti Orali (NAO): dabigatran, rivaroxaban, apixaban ed edoxaban. E come tutte le novità viene accolta da taluni con entusiasmo, da altri con diffidenza. In Italia sembra prevalere quest’ultimo atteggiamento da quanto emerge dai dati raccolti dal Registro Europeo della fibrillazione atriale: di 1.700 pazienti arruolati nel nostro paese (su un complessivo di 7.000 pazienti in 9 paesi europei) solo il 6% è in cura con i NAO, il 66% con warfarin e addirittura l'11% utilizza antiaggreganti piastrinici notoriamente insufficienti a prevenire l’ictus.
Sicuramente ciò è in parte ascrivibile alla burocrazia necessaria per la prescrizione di tali farmaci, ai loro costi, alla confidenza che i medici hanno ormai acquisito col warfarin, ma in parte forse anche alla scarsa conoscenza delle nuove molecole. In questo contesto si inserisce perfettamente la relazione del Dott. Paolo Verdecchia, Direttore della Struttura Complessa di Medicina presso l’Ospedale di Assisi e autorevole voce in campo cardiologico e internistico a livello nazionale ed oltre. Nella sua relazione metterà a confronto i nuovi farmaci tra loro e con warfarin, mostrandone pregi e difetti e cercando di dipanare i dubbi che più frequentemente impediscono la prescrizione dei NAO da parte dei medici. Sebbene tutti i trial clinici pubblicati abbiano evidenziato la non inferiorità di tutti i NAO rispetto a warfarin, la riduzione delle emorragie intracraniche e fatali, e sia indiscutibile la loro maggior praticità, esistono alcune resistenze ad un loro largo impiego. I trial clinici spesso sono effettuati su popolazioni “ideali” e non “reali” e mancano dati sulla sicurezza in associazione alla doppia anti-aggregazione. Altra obiezione che viene spesso mossa contro i nuovi farmaci è l’assenza di un antidoto, anche se resta da chiarire se sia effettivamente necessario al fine di risolvere quadri emorragici acuti in un contesto in cui abbiamo a disposizione anche altri efficaci mezzi terapeutici.
Sicuramente intraprendere nuove strade terapeutiche nella pratica clinica, al di fuori delle popolazioni dei grandi trial, rappresenta una sfida individuale e collettiva. Ma una buona conoscenza delle armi di cui disponiamo costituisce senza dubbio un valido alleato, e a tal proposito l’incontro con il Dott. Paolo Verdecchia rappresenta un’opportunità importante.