Scompenso cardiaco cronico in Italia: il percorso assistenziale dall’ospedale al territorio

Lo scompenso cardiaco rappresenta ancora una delle prime cause di mortalità e di ri-ospedalizzazione. Il Cardiologo e la Comunità Cardiologica sono chiamati ad affrontare un Piano Nazionale della Cronicità e a delineare dei PDTA tra i vari specialisti chiamati in causa nella gestione dello scompenso cardiaco.

La Main Session sullo scompenso cronico in Italia è stato un continuum di relazioni che dall’epidemiologia, dagli indicatori, dai PTDA ospedale territorio, dalle normative passate, vigenti e future è giunto alla proposta della nostra Associazione per il Piano della Cronicità, stimolando i partecipanti a seguire con attenzione i vari argomenti trattati.  Il Dott. Andrea Mortara ha aperto la sessione con i dati epidemiologici: fa paura e fa riflettere vedere che in campo cardiologico siamo riusciti ad abbattere la mortalità dell’infarto acuto, mentre rimane ancora elevata la mortalità dopo un ricovero per scompenso cardiaco. La prevalenza di questa patologia, contrariamente a quella dell’infarto STEMI, non è cambiata di molto negli ultimi anni, se si vuole essere ottimisti, possiamo dire che è solo lievemente calata, ma non in maniera significativa. Se questa è l’epidemiologia si può immaginare che anche i costi siano esponenziali: in Italia lo scompenso cardiaco rappresenta il 2% dei costi del ricovero e lo 0,5% della spesa sanitaria. Se la patologia è così complessa anche l’outcome è impressionante: la mortalità nello scompenso cronico anche se si è ridotta al 6%, rimane ancora elevata  a 7 e a 30 gg (rispettivamente 7,5% e 27,7%) se si tratta di un ricovero per scompenso cardiaco riacutizzato.  Il Dott. Giuseppe Di Tano ha analizzato gli indicatori e le criticità gestionali dall’acuto al cronico, sottolineando come spesso i pazienti dimessi siano ancora congesti (il peso medio perso durante la degenza secondo vari studi in acuto è circa 2-3 Kg), spesso il paziente per instabilità emodinamica non è ancora ottimizzato da un punto di vista di terapia. Le domande a cui bisogna rispondere sono: chi vede il paziente appena dimesso? Il Medico di Medicina Generale? Il Cardiologo? Nessuno? Non vederlo alla dimissione aumenta la mortalità. Quando vedere il paziente? L’ideale sarebbe entro 7 giorni, ma sappiamo che il sistema non lo permette, bisognerebbe farsi carico del paziente più critico.  La Dott.ssa Nadia Aspromonte ha documentato come si creano i percorsi di diagnosi e cura da un punto di vista organizzativo con l’utilizzo di diagrammi di flusso, segnalando i percorsi che deve fare il paziente e le figure professionali che deve incontrare. L’Area Scompenso Cardiaco sta organizzando un Documento che definisce le caratteristiche dell’ambulatorio scompenso.  Il Dott. Domenico Gabrielli con la maestria di un giurista ha portato la platea a conoscenza di tutte le normative del nostro Sistema Sanitario, dal diritto alla salute, al sistema sanitario di tipo mutualistico esistente fino agli anni Settanta, fino al nostro sistema sanitario con le successive modifiche dei decreti, con l’introduzione dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e i percorsi della cronicità, l’integrazione ospedale e territorio.   Infine, il Dott. Andrea Di Lenarda ha presentato la proposta dell’ANMCO per il Piano Nazionale della Cronicità: la figura del Cardiologo deve intervenire nella fase di transizione che per il paziente è la più delicata. Il Cardiologo è necessario sia nella fase clinica (fenotipizzare la malattia, impostare la terapia, nella severità, ecc.) sia nella fase organizzativa dove le figure che ruotano attorno al nostro paziente sono molteplici.  È necessario identificare il case-manager del paziente che nel patto della salute è individuato nel Medico di Medicina Generale, dove manca la rete dello scompenso cardiaco e dove negli ospedali di Pronto Soccorso manca la figura del Cardiologo.  Sicuramente in questa fase sostenere un Dipartimento cardiovascolare può assumere una certa rilevanza ed essere il tramite tra ospedale e territorio.