Mini Simposio Cuore e Covid-19

Straordinariamente attuale il Mini Simposio Covid-Cuore che si è tenuto nella Sala del Borgo nell’ultima giornata del Congresso, nel quale abbiamo assistito ad un susseguirsi di interventi stimolanti che hanno catturato la nostra attenzione fino alla fine.
In questi mesi di pandemia da SARS-CoV-2 abbiamo imparato a conoscere non solo i danni polmonari, ma anche lo stretto legame tra virus-infezione e patologie cardiache.
Certamente il COVID ha influenzato non poco l’apparato cardiovascolare anche nei pazienti risparmiati dall’infezione in senso stretto; basti pensare al danno enorme derivante dal ritardo alle cure: nella prima fase pandemica è stato registrato un calo netto del numero di pazienti ricoverati con diagnosi di sindromi coronariche acute; i pazienti per paura di contrarre il virus hanno evitato gli ospedali rinunciando alla cure tempestive con conseguenze catastrofiche dal momento che abbiamo visto aumentare i ricoveri legati alle complicanze tardive dell’infarto come lo scompenso, lo shock e complicanze meccaniche.

Considerando la patologia infettiva in senso stretto, invece, le patologie cardiache rappresentano una complicanza dell'infezione da SARS-CoV-2 ed anche un fattore di rischio. Il SARS-CoV-2 può “colpire” il cuore in sedi diverse dando quadri clinici diversi ed è quello che hanno preso in considerazione nel loro avvicendarsi i nostri esperti relatori guidati dalla professionale e puntuale Moderazione del Dr. Michele Azzarito.

Coinvolgente e brillante la relazione della Dr.ssa Silvia Norgiolini che ha parlato di miocardite, una delle conseguenze dirette dell’infezione da SARS-CoV-2 tra le più temibili complicanze soprattutto per la sua elevata mortalità. Da un punto di vista fisiopatologico, si ritiene che possa essere conseguenza di un danno diretto causato dal virus oltre che ad essere mediata dalla risposta immunitaria del paziente stesso.
Così come è stato sottolineato dalla collega, la prevalenza e incidenza della miocardite tra i pazienti con infezione da SARS-CoV-2 non è chiara, soprattutto perché sono mancati nelle prime fasi dei percorsi diagnostici specifici e perché son venute meno alcune indagini strumentali quale la RMN cardiaca non fattibile per ovvi motivi.

Il quadro clinico può variare dall’asintomaticità, a forme lievi fino a forme gravi che possono essere rappresentate da quadro di ischemia miocardica con esordio aritmico (pseudoIMA) o quadro di insufficienza cardiaca fino quadri di disfunzione biventricolare rapidamente evolutiva entro 2-3 settimane dall’infezione propria della miocardite fulminante.

Il percorso diagnostico della miocardite in generale non si discosta dalla “classica “miocardite”; giocano un ruolo fondamentale per la diagnosi i biomarcatori cardiaci, gli indici di flogosi, esami strumentali quali ECG, ecocardiografia con il gold standard rappresentato dalla RMN cardiaca quando possibile!

Restano dei quesiti aperti su quali possano essere le ricadute a lungo termine nei quadri conclamati, ma anche nelle miocarditi decorse in modo subclinico o misconosciuto; poco sappiamo sulla correlazione tra gravità dell’infezione ed entità del coinvolgimento miocardico. L’attenzione dovrà puntare sulle potenziali conseguenze a lungo termine a carico del miocardio a fase infiammatoria acuta risoltasi.

Altro aspetto non meno rilevante è quello delle aritmie gestito dal Dr. Pistis, anche in questo ambito abbiamo pochi dati e quello che sappiamo lo ricaviamo dall'esperienza.

Le aritmie sono presenti in circa il 17% di tutti i pazienti ricoverati per COVID-19, rappresentano un indice di gravità del quadro clinico in quanto presenti nei pazienti più compromessi. La loro manifestazione può essere secondaria ad allungamento del Qtc conseguenza della politerapia, ma anche della interferenza delle interleuchine IL1 IL6 con i canali del K e con l’ipertono del Simpatico.

Certamente le conseguenze cardiache sia dirette (miocardite, trombosi, aritmie) che indirette (ridotto apporto di ossigeno secondario all’insufficienza respiratoria) sono poco tollerate se preesistono patologie cardiovascolari e di questo ci ha parlato la Dr.ssa Nadia Ingianni nell’ultima relazione. Il paziente con preesistente patologia CV tende a sviluppare forme più gravi di COVID-19 e ciò comporta una mortalità aumentata. La mortalità per COVID-19 nei pazienti cardiopatici è circa 4 volte più elevata che nella restante popolazione; i pazienti diabetici, ipertesi e con coronaropatia indipendentemente dal grado di rivascolarizzazione, sono tra i più vulnerabili e tendono a manifestarne una forma più grave.

L’infezione da SARS-CoV-2 sarà una nuova sfida in senso scientifico non solo in campo infettivologico stretto, ma anche sul fronte cardiologico.
Quali saranno le conseguenze sul miocardio a paziente guarito e quali le conseguenze nei pazienti pauci o asintomatici sono quesiti che ancora non hanno una risposta.

Josephine Staine