Paradigma del futuro nello scompenso cardiaco!

Questa mattina in Sala Agorà si assisteva ad una reale consapevolezza di un futuro da costruire che concretamente possa supportare una gestione più completa ed integrata per il nostro paziente con scompenso cardiaco. Ma cosa identifica realmente la telemedicina nello scompenso cardiaco? In generale le tecnologie applicate alla salute identificano lo scambio digitale di informazioni sociosanitarie allo scopo di sostenere e ottimizzare a distanza il processo assistenziale. In cardiologia, nello specifico, la telemedicina si identifica come strumento di registrazione, trasmissione a distanza, archiviazione ed interpretazione dei parametri di base cardiologica e strumentali. Ma quanto siamo lontani? La sessione non poteva prescindere da una analisi concreta della nostra realtà nazionale. Apre la sessione infatti il Dott. Cosolo che con un rapido excursus dei risultati nazionali messi a confronto con esperienze internazionali, sottolineava le differenze sostanziali in termini di tipologie di pazienti arruolati, aderenza, strumenti impiegati ed interventi. Guardando alla discrepanza dei risultati si sottolineava la necessità quindi di disegnare studi adeguati per dimostrare efficacia di interventi con approccio maggiormente pragmatico rispetto al passato. Ma quali sono le barriera da superare ancora per integrare la telemedicina nella pratica clinica? Il compito di rispondere a questo quesito, non poteva non essere affidato che alla Dott. Scalvini. Ma da dove iniziano le barriere per l'integrazione di questo strumento? Iniziano da noi medici, che malgrado le evidenze non riusciamo talvolta a vincere un pregiudizio storico per integrare questo strumento in un percorso personalizzato del nostro paziente. Ricordava come l'integrazione in un sistema di “Chronic Care Model” multidisciplinare, multidimensionale, è un passaggio fondamentale per ottenere i risultati sperati. "Integrazione dei sistemi", quindi, come presupposto fondamentale perché questo strumento possa funzionare in un modello organizzativo di rete e che possa garantire un percorso condiviso ed integrato tra diverse figure professionali e tra ospedale e territorio. Ma come integrare la telemedicina in questa ottica? Questo compito viene affidato al Dott. Mortara che sottolineava come imprescindibile per un buon funzionamento una stretta collaborazione tra specialisti e strutture in un modello unico di assistenza centrato sul singolo paziente. Dal concetto del telemonitoraggio quindi al telemanagement! Ricordava, infatti, come non bisogna solo trasmettere o preoccuparsi di come trasmettere il dato ma soprattutto dobbiamo essere in grado in questo sistema integrato di gestire i dati che la telemedicina come strumento fornisce. Ma conosciamo i pazienti che beneficiano di più dal sistema di tele monitoraggio? Sicuramente, anche sulla base di precedenti esperienze condotte su larga scala, suggeriva di focalizzare l'attenzione su alcune tipologie di pazienti, come i pazienti definiti ad alto rischio di eventi per peggioramento clinico ed ospedalizzazione (risk-driven management, principalmente NYHA III e IV) e pazienti nella fase vulnerabile dopo la dimissione dall’evento acuto (30 gg - 3 mesi, pazienti che sono limitati da barriere geografiche e socio-economiche). Chiude la sua elegante relazione con le prospettive future di studio, che avrà come obbiettivo di testare in pazienti dimessi dopo un episodio acuto, pazienti severi (NYHA>3, BNP/NTproBNP>300/1200pg/ml), pazienti anziani (>65 aa) la telemedicina, utilizzando schemi precisi di management. Il Dott. Di Lenarda chiude la sessione ricordando, con estrema capacità di sintesi, i punti fondamentali su cui lavorare per guardare al futuro in modo concreto, cercando di superare i limiti precedenti, come la gestione della telemedicina senza strumentalizzarla come farmaco ma piuttosto come trattamento personalizzato.